Le competizioni raccontate da Omero non solo hanno molto in comune con le pratiche sportive delle civiltà precedenti, come quella mesopotamica, egiziana, minoica, ittita, ma soprattutto-la cosa più importante- ne condividono la percezione del legame tra atletismo, virtù umana e diritto a comandare.                  L’atletismo degli antichi re non era vero “sport”, perché non c’era alcun concorrente e non si rischiava mai la sconfitta, dal momento che serviva a rafforzare credenze e gerarchie sociali già stabilite, che non venivano mai messe in discussione né sfidate. Lo sport e la filosofia, invece, sono caratterizzate dalla capacità di mettere in discussione le credenze date per scontate e di sfidare eventuali gerarchie sociali già stabilite. Forse non c’è da sorprendersi se questo tipo di sport che ricerca il sapere e la conoscenza abbia la sua origine proprio nella Grecia antica. Anche se l’Iliade di Omero ci mostra una vittoria incontrastata nel giavellotto per il re Agamennone, la struttura delle altre gare presenta delle caratteristiche comuni quali la partecipazione volontaria, una comprensione collettiva delle norme, una linea di partenza uniforme per tutti i concorrenti, la responsabilità degli arbitri, la risoluzione delle controversie in materia di equità, la selezione dei vincitori e l’assegnazione dei premi. L’obiettivo della gara è quello di dimostrare la virtù personale, il valore, o areté, espressa da Omero attraverso il concetto intrinsecamente competitivo di aristéia, cioè <<essere sempre il migliore ed eccedere sugli altri>> (Iliade, 6, 208).                                             Lo sport e la filosofia sono cominciati dunque nella “meraviglia” – in quella “meraviglia” (thaumàzein) da cui si originata la filosofia stessa – e nell’”incertezza”. Quando i concorrenti erano allineati sulla linea di partenza, di solito, c’era sempre incertezza; e questo originava la domanda su chi avrebbe prevalso sugli altri. E’ probabile che la prima di corsa tenutasi a Olimpia avesse come scopo quello di rispondere a un problema che possiamo definire “religioso”, in quanto si trattava di stabilire chi avrebbe dovuto accendere la fiamma sacrificale sull’altare del dio.                                                                                                                    Poiché Olimpia era un tempio panellenico, vi erano presenti molte tribù che aspiravano a dimostrare in quel luogo la loro superiore areté. Utilizzando una corsa a piedi per selezionare la persona che doveva onorare la divinità (o forse organizzando una gara per permettere al dio di scegliere il suo favorito), Olimpia preservava il legame tradizionale tra atletismo, virtù e favore divino, e introduceva la novità che fosse la gara, e non le gerarchie sociali esistenti, a decidere il risultato. ( Reid 2010a).

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