(Seneca – Lettere a Lucilio)
Dice un vecchio proverbio che il gladiatore decide le sue mosse nell’arena: gliele suggeriscono il volto dell’avversario, i movimenti delle mani, l’inclinazione stessa del corpo, che egli studia attentamente“.

CHI ERANO
I gladiatori romani, cioè i combattenti con la spada romana “gladius”, erano prigionieri di guerra, schiavi o condannati a morte, ma talvolta anche uomini liberi, magari oberati di debiti, oppure attratti dalle ricompense e dalla gloria. Succedeva un po’ la stessa cosa nella Legione Straniera, istituita in Francia nel 1831, dove confluivano ricercati, disperati e gente in cerca di fortuna, una legione che perdura a tutt’oggi.
Chiunque scegliesse di diventare gladiatore automaticamente veniva considerato “infamis” per la legge, in quanto si associava a un mondo di bassifondi e di reietti, ma se aveva successo non era più un infame ma un eroe, invitato a tutti i banchetti, adorato dalle donne, carico di ricompense e doni, e pagato più di un generale dell’esercito.
Infatti  un aristocratico di nome Gracchus, volle scendere in arena come reziario, quindi a viso scoperto. Venne considerato disonorevole e Giovenale lo dichiarò la vergogna di Roma, disprezzandolo e addirittura parlando dell’avversario che fu costretto a combattere contro di lui e a sopportare l’ignominia peggiore di ogni altra ferita.
Il gladiatore era dotato di auctoratus dal momento che intraprendeva il suo ruolo nell’arena. Riguardava una situazione particolare di libertà, uno status specifico.
Auctoratus è il gladiatore, giuridicamente un uomo libero tuttavia, avendo locato i propri servigi all’impresario di ludi gladiatori (il lanista) gode di una libertà attenuata.
La condizione del gladiatore è simile a quella dello schiavo; il giurista Gaio parla di lui come auctoratus meus, e l’aggettivo è riferito in epoca antica alle cose di proprietà. Inoltre la sottrazione dell’auctoratus al lanista era considerata furto.
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